Curva kubler-ross: dinamiche psicologiche delle trasformazioni
La curva Kubler-Ross viene spesso citata per spiegare come reagiamo ai cambiamenti più difficili. In realtà, dietro questo schema esiste una storia clinica complessa e ancora attuale. Comprenderla aiuta a dare un linguaggio a emozioni che altrimenti sembrano caotiche e ingestibili. Ogni volta che una routine si spezza, dal lavoro alla salute, emergono reazioni emotive che sorprendono per intensità. Conoscerne la dinamica non elimina il dolore, ma riduce confusione e senso di colpa.
La psichiatra Elisabeth Kübler-Ross elaborò questo modello alla fine degli anni Sessanta, studiando pazienti terminali. Oggi la stessa struttura viene spesso usata per leggere il cambiamento organizzativo, le transizioni di carriera e le crisi personali. È però necessario ricordare che le fasi non sono obbligatorie, né procedono in un ordine rigido.
Il rischio, altrimenti, è trasformare uno strumento descrittivo in una gabbia normativa. In questo articolo vedremo come nasce il modello, come è stato adattato al change management e quali limiti mostra. Analizzeremo le cinque fasi con esempi pratici, collegandole a energia, performance e coinvolgimento. Infine proporremo criteri per usare la curva in modo critico e rispettoso della soggettività.
Origini della curva Kubler-Ross e significato psicologico
Per capire la diffusione attuale della curva, occorre tornare all’ospedale degli anni Sessanta.
La curva Kubler-Ross nasce infatti dagli studi di una giovane psichiatra svizzero americana negli Stati Uniti. Nel 1969 Elisabeth Kübler-Ross pubblica il volume On Death and Dying, registrato per copyright il 19 maggio e uscito a novembre.
Lì descrive le reazioni emotive di pazienti con malattie terminali, non delle persone in lutto.
Le cinque fasi, spesso riassunte con l’acronimo DABDA, sono Negazione, Rabbia, Contrattazione, Depressione e Accettazione. Il modello aveva un obiettivo preciso: aiutare i clinici a comprendere il mondo interno dei pazienti.
In un’epoca con poca comunicazione sulle diagnosi, offriva un linguaggio condiviso per parlare di paura e speranza.
Le fasi non avevano valore prescrittivo ma orientavano l’ascolto e la qualità della relazione terapeutica.
Già nel 1974 Kübler-Ross chiarisce però che queste fasi non sono una sequenza meccanica. Possono alternarsi, sovrapporsi o comparire tutte insieme nello stesso giorno. Con il tempo, il suo lavoro viene semplificato e reso più schematico, soprattutto nei contesti formativi non clinici.
Comprendere questa origine clinica è essenziale per chi usa oggi la curva in azienda o nella consulenza. Mostra che la finalità primaria non è classificare le persone, ma rendere visibile l’impatto soggettivo del cambiamento.
Curva kubler-ross: dalle cure palliative alle organizzazioni
A partire dagli anni Ottanta, la curva Kubler-Ross viene progressivamente adottata nel mondo delle organizzazioni.
Formatori e consulenti la trasformano in Kübler-Ross Change Curve, collegando ogni fase a variazioni di energia, motivazione e performance.
L’immagine tipica mostra una discesa iniziale dopo l’annuncio del cambiamento, seguita da una lenta risalita verso un nuovo equilibrio. Il focus si sposta così dal confronto con la morte fisica al modo in cui le persone attraversano perdite simboliche: ruolo, status e abitudini consolidate.
In ambito di gestione del cambiamento e change management, la curva aiuta a pianificare interventi mirati nelle diverse fasi emozionali.
Una versione divulgativa molto usata in ambito formativo parla di “Reazione al cambiamento“: le 7 fasi della curva di Kubler-Ross. Estende e dettaglia il modello originario, senza modificarne la logica di fondo.
Per esempio, dopo l’annuncio di una ristrutturazione aziendale, è prevedibile un calo di produttività legato a shock e disorientamento. Sapere che questa flessione è parte di un processo, e non solo resistenza, consente una comunicazione più empatica.
Già nel 1974 Kübler-Ross aveva sottolineato che le fasi non sono lineari.
Lo stesso vale per i contesti organizzativi. Alcune persone possono restare bloccate nella Rabbia, altre passare rapidamente all’Accettazione. Per chi progetta piani di trasformazione, la curva suggerisce quindi una logica di accompagnamento flessibile, più che un cronoprogramma rigido del cambiamento.
Cinque fasi della curva Kubler-Ross nel cambiamento
Quando applichiamo la curva Kubler-Ross ai contesti quotidiani, le cinque fasi assumono volti molto concreti.
La fase di Negazione appare, per esempio, quando si minimizza l’impatto di una fusione aziendale appena annunciata.
La Rabbia emerge poi contro dirigenti, colleghi o sistemi informatici percepiti come responsabili del disagio.
Nella Contrattazione, le persone cercano accordi impliciti o espliciti per limitare i cambiamenti: chiedono eccezioni, rinviano scadenze, invocano vecchie procedure.
Durante la Depressione, l’energia cala, le riunioni si riempiono di silenzi e aumentano errori e rinunce.
Solo nella fase di Accettazione iniziano sperimentazioni sincere del nuovo assetto, con curiosità e maggiore stabilità emotiva.
Ecco quattro situazioni tipiche in cui questo modello diventa particolarmente utile:
- Cambiamenti tecnologici che modificano profondamente strumenti e flussi di lavoro
- Trasferimenti di sede con impatto su tempi, relazioni e routine familiari
- Riorganizzazioni di reparto con nuovi responsabili e criteri di valutazione
- Percorsi di malattia cronica che trasformano identità personale e professionale
In tutti questi casi, riconoscere le fasi non serve a etichettare le persone, ma a calibrare tempi e messaggi.
Sapere che un calo di partecipazione può segnalare Depressione, e non scarso impegno strutturale, orienta interventi di supporto più mirati.
Per chi progetta percorsi formativi, la curva suggerisce quando introdurre contenuti tecnici e quando invece lavorare su senso, ascolto e significato del cambiamento.
Critiche, fraintendimenti e limiti scientifici del modello
La diffusione della curva Kubler-Ross ha generato anche critiche sostanziali dal mondo della ricerca.
Numerosi autori sottolineano la scarsità di evidenze empiriche solide a sostegno di una sequenza universale di fasi. Gli studi sul lutto mostrano percorsi molto diversi, che spesso non attraversano tutte le tappe descritte.
Alcune persone non sperimentano mai una vera Rabbia, altre rimangono a lungo in uno stato emotivo confuso, difficilmente classificabile. Per molte, tempi e ordine delle reazioni risultano altamente variabili, anche di fronte a perdite simili.
Lo stesso lavoro di Kübler-Ross, soprattutto insieme a David Kessler in On Grief and Grieving, ribadisce che le fasi non sono rigide. L’intento era descrittivo, mai normativo.
Ciononostante, in alcuni contesti formativi il modello viene presentato come percorso obbligato, quasi una validità universale della sofferenza.
Questo fraintendimento può diventare dannoso.
Una persona che non riconosce in sé la Rabbia può sentirsi sbagliata, oppure spinta a cercare emozioni che non prova.
Allo stesso modo, un responsabile che dice a un collega sei ancora nella Negazione riduce l’esperienza individuale a etichetta.
Usare la curva senza senso critico rischia quindi di semplificare eccessivamente la complessità del cambiamento.
Indicazioni per un uso responsabile della curva Kubler-Ross
Per professionisti HR, psicologi e formatori, la curva Kubler-Ross può diventare uno strumento potente, ma solo se usata con prudenza.
Prima di tutto andrebbe presentata chiaramente come modello interpretativo, non come legge naturale.
È utile esplicitare che le fasi sono descrizioni tipiche e non obbligatorie. Inoltre, la curva non sostituisce mai una valutazione clinica, né giustifica decisioni organizzative dolorose.
Può però aiutare a prevedere momenti critici, come il picco di smarrimento dopo l’introduzione di una nuova piattaforma digitale.
Immaginiamo un progetto di trasformazione con forte impatto sui ruoli.
Un responsabile del personale può usare la curva per programmare comunicazioni più frequenti nella fase di Negazione, momenti di ascolto strutturato quando emerge Rabbia e supporto tra pari durante la Depressione.
Allo stesso tempo deve restare pronto a rivedere la mappa, osservando come ogni gruppo attraversa il cambiamento.
In sintesi, il modello funziona come bussola metaforica: orienta la rotta, ma non rimpiazza la lettura diretta del clima, dei dati organizzativi e delle narrazioni personali. Il rispetto per la singolarità dell’esperienza rimane il criterio principale di un uso etico della curva.
Rileggere il cambiamento alla luce della vulnerabilità umana
La storia della curva Kubler-Ross mostra quanto sia rischioso semplificare ciò che più ci spaventa.
Nasce per dare voce ai malati terminali, viene adottata dalle aziende, viene poi criticata per eccessiva rigidità. In tutto questo percorso rimane però un’intuizione feconda: il cambiamento tocca sempre dimensioni affettive profonde. Non è mai solo una questione di processi, strutture o procedure.
Guardare le transizioni attraverso questo modello non serve a prevedere il futuro, ma ad affinare lo sguardo. Ricorda che dietro ogni resistenza esiste spesso una forma di paura, perdita o ricerca di significato.
La complessità umana eccede qualsiasi grafico, e proprio per questo chiede strumenti flessibili, usati con rispetto e curiosità.
Potremmo allora considerare la curva non come sentiero obbligato, ma come invito a interrogare ogni passaggio critico. La qualità del nostro ascolto durante le trasformazioni collettive dirà molto più della fedeltà a un modello.
Nel lungo periodo, è questa attenzione alle sfumature emotive che rende possibile un cambiamento duraturo.