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Routemaster: il bus rosso che ha fatto la storia di Londra

Routemaster: il bus rosso che ha fatto la storia di Londra

Routemaster - il bus rosso che ha fatto la storia di Londra
  • Redazione UniD
  • 4 Febbraio 2026
  • Lingue
  • 5 minuti

Routemaster: un'icona del trasporto urbano britannico

Basta un colpo d’occhio e la memoria si accende. Il profilo a due piani, il rosso pieno, le scale sul retro. Per molti, questo mezzo è Londra in movimento.

In questa guida parliamo del routemaster, il celebre autobus londinese entrato nell’immaginario collettivo. Nasce nel dopoguerra e diventa presto simbolo di efficienza e stile. Non è solo design. È anche tecnologia, lavoro urbano e cultura pop. Inoltre racconta come una città cambia, senza perdere la sua identità. Il routemaster è stato progettato per essere leggero e maneggevole, grazie all’uso di materiali innovativi per l’epoca come l’alluminio.
Questo lo ha reso più economico nei consumi e più facile da guidare nelle strade strette di Londra. La sua introduzione ha rappresentato un cambiamento significativo nella mobilità urbana, facilitando il trasporto di massa e contribuendo a ridurre il traffico.

Capire la sua storia aiuta a leggere l’evoluzione del trasporto pubblico. Aiuta anche a capire perché certi oggetti diventano “icone”. Dietro ci sono scelte industriali, esigenze pratiche e decisioni politiche. E ci sono anche ricordi.
Pendolari, turisti, autisti e bigliettai hanno scritto la sua leggenda. Le storie di chi ha viaggiato su questo autobus raccontano di un’epoca in cui il trasporto pubblico era un’esperienza sociale, un momento di incontro e di scambio.

Di seguito scoprirai origini e caratteristiche, vita quotidiana a bordo, ritiro e ritorno “moderno”. Infine, daremo consigli pratici per riconoscerlo oggi e viverne l’esperienza con consapevolezza.

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Progetto Routemaster: unico tra gli autobus

Il routemaster nasce per risolvere problemi concreti. Serviva un autobus più leggero, rapido da riparare e adatto alle strade trafficate. Per questo il progetto puntò su modularità e materiali moderni.

La produzione iniziò a fine anni ’50, con entrata in servizio nel 1956. Il mezzo fu sviluppato per la London Transport, con un’impostazione quasi “industriale”. Componenti standard, pannelli sostituibili e struttura pensata per ridurre i tempi in deposito. In parole pratiche, se una fiancata si danneggiava, si poteva intervenire a sezioni. In un parco mezzi grande, la manutenzione fa la differenza. Anche piccoli risparmi contano.

Un dettaglio chiave era la piattaforma posteriore aperta.
Permetteva salite rapide e riduceva soste alle fermate. Tuttavia richiedeva personale a bordo e attenzione alla sicurezza. Col tempo, proprio quel vantaggio operativo diventò un punto di discussione.

Il routemaster non fu solo “bello”. Fu una risposta tecnica a un bisogno urbano. E questa combinazione spiega il suo successo.

Esperienza Routemaster: vita a bordo e fermate

L’esperienza sul routemaster era un piccolo teatro quotidiano. Non si entrava soltanto. Si “saliva” in un rito urbano. Il mezzo scandiva la giornata di migliaia di persone.

Per decenni, molti servizi prevedevano autista e bigliettaio.
Il controllo dei titoli di viaggio avveniva a bordo, con biglietti cartacei e punzonature. Immagina una mattina del 1978: linea affollata, cappotti bagnati e corse serrate. Il bigliettaio si muove tra i sedili, vende i ticket e gestisce le richieste. Questo riduceva i tempi di fermata, perché l’autista non doveva occuparsi dei pagamenti. Ma aumentava i costi del personale.

Il design a due piani migliorava la capacità nelle ore di punta. Se ipotizzi 32 posti sopra e 32 sotto, puoi stimare il totale con una formula semplice:

\[C = P_{su} + P_{giu}\]

Dove C è la capacità in posti a sedere. Nella pratica contavano anche i passeggeri in piedi, soprattutto sotto.

In sintesi, il routemaster era efficiente e sociale. Però il modello a doppio personale diventò meno sostenibile con le nuove esigenze di gestione.

Icona Routemaster: caratteristiche distintive

Quando un mezzo diventa simbolo, non è mai solo per estetica.
Conta l’insieme: funzionalità, riconoscibilità e continuità nel tempo. Il routemaster unisce questi elementi in modo raro.

Ecco i dettagli che lo rendono immediatamente identificabile:

  • Due piani con profilo compatto e proporzioni equilibrate
  • Piattaforma posteriore aperta per salita e discesa rapide
  • Livrea rossa uniforme, pensata per essere visibile
  • Interni essenziali, robusti, adatti a uso intenso

Molte foto turistiche degli anni ’60 e ’70 mostrano lo stesso “schema”. Mezzo rosso, fermata affollata, edifici in pietra e cieli grigi. Quel contrasto visivo ha fatto scuola. Inoltre, la presenza per decenni sulle linee centrali ha rinforzato l’associazione mentale. Se lo vedevi ogni giorno, diventava parte del paesaggio.

Conta anche la dimensione emotiva. Per alcuni è nostalgia. Per altri è heritage urbano, cioè patrimonio vissuto. E quando un oggetto è “facile da raccontare”, diventa virale anche senza social.

Il punto pratico è questo. Se vuoi riconoscere un routemaster autentico, guarda piattaforma, forme e finiture. I dettagli contano più del colore.

Il ritiro e il ritorno: sicurezza, accessibilità e nuove regole

Il routemaster non è sparito per mancanza d’affetto.
Le ragioni principali furono normative e operative. Servivano mezzi più accessibili e più sicuri, con flussi meglio controllati.

Con il tempo, la piattaforma aperta creò problemi.
Aumentavano rischi di cadute e salite “al volo”. Inoltre l’accessibilità per carrozzine e mobilità ridotta era limitata. Le città moderne chiedono inclusione, non eccezioni. Così, tra fine anni ’90 e primi 2000, molte corse furono sostituite da modelli più recenti. L’impatto fu forte, anche mediatico.

Poi arriva il “ritorno” in forma aggiornata.
Nasce il New Routemaster, con tecnologie moderne e un richiamo stilistico. È un compromesso: estetica iconica, ma con porte e sistemi più controllati. In alcune fasi si introdusse anche un assistente a bordo, soprattutto nelle tratte più frequentate.

La lezione è utile oltre Londra. Innovare nel trasporto significa bilanciare identità, costi e sicurezza. E il routemaster resta un caso studio perfetto.

Come viverlo oggi: itinerari, foto e consigli da viaggiatore Routemaster

Oggi il routemaster si può ancora “incontrare”, ma serve un minimo di accortezza. Alcuni esemplari operano su servizi specifici o in contesti turistici. Altri sono conservati in collezioni e musei.

Se vuoi un’esperienza concreta, organizza con attenzione.
Controlla le linee che impiegano mezzi in stile routemaster, perché cambiano nel tempo. Scegli orari non di punta, così osservi dettagli e atmosfera. Per le foto, cerca punti con prospettiva: ponti, incroci larghi, fermate storiche. Considera anche l’aspetto culturale.
Il routemaster compare spesso in film e pubblicità. Quindi, riconoscerlo significa leggere riferimenti che altrimenti passano inosservati. Porta con te curiosità e pazienza.

Un consiglio pratico finale: se stai scrivendo un diario di viaggio, annota linea, ora e meteo. Quei dettagli rendono l’esperienza più viva. Il routemaster, dopotutto, è memoria su ruote.

Il design che sopravvive alla velocità della smart city

L’eredità del routemaster va ben oltre la sua celebre livrea rossa o la pedana aperta che ha definito un’epoca.
Questo bus non è stato solo un miracolo di ingegneria modulare, ma l’espressione di un’idea di città dove il trasporto pubblico ha un’anima e una funzione sociale. In un’era dominata da mezzi smart, asettici e standardizzati, la sua sagoma ci ricorda che l’innovazione urbana non deve necessariamente fare tabula rasa del passato per essere efficace.

Il segreto della sua longevità risiede in quel delicato equilibrio tra estetica e utilità: una lezione di design che continua a influenzare il modo in cui pensiamo la mobilità moderna. Ogni volta che un routemaster attraversa le strade di Londra, non sta solo muovendo passeggeri, ma sta mantenendo vivo un dialogo tra la storia e il futuro.
Il routemaster è la prova che un oggetto, quando è progettato con intelligenza e rispetto per il contesto, smette di essere un semplice strumento per diventare l’identità stessa di una metropoli.

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