Biblioteca degli oggetti: nuove forme di condivisione
Sempre più campus italiani stanno sperimentando la biblioteca degli oggetti, uno spazio innovativo dove gli studenti possono prendere in prestito strumenti di uso comune invece di acquistarli. Questa evoluzione dei servizi accademici abbatte i costi e riduce gli sprechi nella vita universitaria quotidiana, traendo ispirazione da virtuose esperienze di quartiere come Leila Bologna e ATPiCO, per coinvolgere oggi anche i grandi atenei.
Il modello si innesta perfettamente nella logica della sharing economy, declinandola in chiave locale e comunitaria. La biblioteca degli oggetti nasce infatti dentro l’orizzonte dell’economia circolare, dove conta l’uso più del possesso materiale. All’atto pratico, i ragazzi accedono a strumenti specifici che utilizzerebbero poche volte all’anno, evitando acquisti inutili.
Per gli universitari, specialmente i fuori sede, il risparmio è cruciale: tra affitti alti, trasporti, libri e dispositivi digitali, ogni euro conta. Avere questa risorsa nel campus permette di organizzare traslochi, progetti e piccoli lavori domestici senza investimenti iniziali. Inoltre, riduce l’impatto ambientale, poiché meno oggetti vengono prodotti, acquistati e dimenticati su uno scaffale.
In questo articolo esploreremo come funziona concretamente una struttura simile per gli studenti, quali strumenti offre e quali progetti pionieristici esistono in Italia. Analizzeremo i casi di Bologna, San Vendemiano e Milano, osservando le iniziative in partenza in Lombardia e Firenze, per capire perché questo modello diventerà un’infrastruttura stabile dell’università del futuro.
Cos’è una biblioteca degli oggetti per studenti universitari
Quando parliamo di biblioteca degli oggetti ci riferiamo a un servizio collaborativo in cui si prestano strumenti fisici anziché libri.
Nel dinamico contesto universitario, questo lo spazio si trasforma in un vero laboratorio di innovazione sociale, dove il risparmio economico e la tutela della sostenibilità camminano di pari passo.
Il funzionamento è semplice e intuitivo.
Gli studenti si iscrivono, spesso contribuendo con almeno un oggetto di loro proprietà, e prendono in prestito ciò che serve per un periodo definito. A Bologna, il regolamento di Leila prevede un prestito di un mese, rinnovabile per un altro mese. In molte altre esperienze, come nel progetto in via di sviluppo a Firenze, vige un solido principio di reciprocità: diventi utente attivo condividendo almeno un bene con la comunità.
Immaginiamo Marco, studente fuori sede di Ingegneria.
Deve montare una libreria nella sua stanza condivisa, ma non possiede un trapano e non vuole comprarlo per usarlo una sola volta. Grazie alla piattaforma del campus, prenota l’attrezzo online, lo ritira in sede, lo usa e lo restituisce dopo pochi giorni.
Il risultato è un risparmio immediato e un minore accumulo di strumenti inutilizzati. Per gli atenei, questi spazi rappresentano una best practice tangibile in termini di sostenibilità e responsabilità sociale, offrendo un servizio utile e misurabile che genera un autentico senso di comunità.
Strumenti quotidiani nella biblioteca degli oggetti
La biblioteca degli oggetti nel contesto universitario non si limita a offrire attrezzi da bricolage. Il suo catalogo può arrivare a contare decine, talvolta oltre cento strumenti differenti, coprendo i bisogni più disparati della vita studentesca.
Nei progetti già operativi in Italia, come Leila Bologna o ATPiCO, troviamo mediamente circa 200 oggetti disponibili. Trasferendo questi numeri in un campus, le dotazioni diventano mirate alle necessità degli studenti: piccoli elettrodomestici, strumenti per il fai-da-te, dispositivi tecnologici e materiali per eventi. L’Università Bocconi, con la sua innovativa Biblioteca degli Oggetti Smart, punta proprio su utensili pratici e tecnologia di uso comune, accessibili tramite armadietti intelligenti.
Ecco i principali elementi che uno studente può aspettarsi di trovare:
- Strumenti per piccoli lavori domestici e manutenzioni occasionali
- Attrezzatura per studio di gruppo, presentazioni e proiezioni
- Oggetti per sport, escursioni e attività all’aperto
- Accessori per feste, eventi studenteschi e vita comunitaria
Pensiamo a Sara, iscritta a Economia.
Deve organizzare una presentazione in un’aula non attrezzata. Tramite la biblioteca degli oggetti prenota rapidamente un proiettore portatile e un piccolo impianto audio. Nello stesso weekend, un collega prende un aspirapolvere compatto per pulire l’appartamento dopo un trasloco.
Così la biblioteca degli oggetti diventa un’estensione vitale dei servizi del campus, riducendo le spese individuali e supportando le iniziative studentesche senza moltiplicare acquisti superflui.
Leila Bologna e ATPiCO: i modelli pionieri sul territorio
Per comprendere il potenziale di una biblioteca degli oggetti orientata agli studenti, conviene guardare alle esperienze civiche che hanno aperto la strada. In Italia, la realtà pioniera è Leila – Biblioteca degli Oggetti, nata a Bologna nel 2016 come vivace associazione culturale dedicata alla condivisione.
La sede principale di Leila si trova in via Luigi Serra 2 G/H, con orari flessibili durante la settimana, e vanta un punto di ritiro strategico all’interno della centralissima Biblioteca Salaborsa.
Il catalogo conta circa 200 oggetti di valore significativo. Per accedere, i soci versano una quota annuale di 25 euro e mettono in condivisione almeno un oggetto personale. Il prestito dura un mese, rinnovabile di un ulteriore mese: un modello gestionale che una biblioteca degli oggetti universitaria potrebbe riprendere integralmente.
Spostandoci nel nord-est, troviamo ATPiCO, nata a San Vendemiano nella primavera 2023 ispirandosi al successo di Leila. Questa realtà ha una sede in via Olivera 18 e corner di ritiro a Conegliano e Vittorio Veneto.
Anche qui il catalogo offre circa 200 articoli, la quota è di 25 euro e l’accesso richiede la condivisione di un bene. Le prenotazioni si gestiscono online, con ritiri programmati nei corner.
Questi progetti dimostrano che una biblioteca degli oggetti funziona perfettamente anche nei piccoli centri, offrendo un modello solido che i campus possono adattare facilmente.
La biblioteca degli oggetti smart alla Bocconi
Nel panorama accademico italiano, la sperimentazione più avanzata in tema di biblioteca degli oggetti arriva dall’Università Bocconi.
Dal 7 maggio 2025, l’ateneo milanese ospita una vera e propria Biblioteca degli Oggetti Smart, situata al piano -1 dell’edificio di via Sarfatti 25.
Questo ambizioso progetto rientra nell’iniziativa MUSA – Multilayered Urban Sustainability Action – nello spoke 5 dedicato alle città sostenibili.
In questo contesto, la biblioteca degli oggetti è pensata espressamente per gli studenti, garantendo un servizio di prestito del tutto gratuito.
Nel catalogo compaiono elettrodomestici, utensili e dispositivi tecnologici, gestiti in autonomia attraverso innovativi smart locker forniti dall’azienda WIB Machines. Lo studente prenota online, riceve un codice sul proprio smartphone e ritira l’oggetto dall’armadietto automatizzato, aggirando code e burocrazia.
Per l’ateneo, questa biblioteca degli oggetti diventa un tassello strategico nelle politiche di sostenibilità urbana, collegando innovazione tecnologica e benessere studentesco, offrendo un esempio concreto e replicabile per altre università.
Reti civiche, CUBI e Firenze: l’evoluzione verso sistemi diffusi
La rapida diffusione del modello di biblioteca degli oggetti non riguarda più soltanto singole realtà isolate. In Lombardia, ad esempio, la rete CUBI sta progettando un sistema distribuito all’interno di diverse biblioteche comunali, con un’apertura al pubblico prevista entro il 2026.
Nello specifico, le biblioteche di Cavenago di Brianza, Paullo, Pioltello, San Giuliano Milanese, Segrate e Vimercate offriranno prestiti di attrezzi per il fai-da-te, attrezzature sportive, strumenti musicali, giochi e articoli per l’infanzia.
Un catalogo online, prenotazioni intuitive e ritiro tramite locker renderanno i servizi facilmente accessibili. In parallelo, si prevedono incontri pubblici sul riuso, rafforzando l’idea che una biblioteca degli oggetti sia anche un fondamentale luogo di educazione ambientale.
In Toscana, a Firenze, il progetto è in una promettente fase di progettazione. L’iniziativa coinvolge gli studenti del corso SECI dell’Università di Firenze, l’associazione Secìna, il sistema bibliotecario SDIAF e le Biblioteche fiorentine. Le sedi ipotizzate includono strutture come Thouar e BiblioteCanova, oltre a spazi vicini all’Ufficio Sostenibilità dell’ateneo. Anche qui, l’accesso alla biblioteca degli oggetti richiederà la condivisione preliminare di almeno un bene personale.
Questi percorsi dimostrano che il modello collaborativo può radicarsi nei quartieri per poi rientrare nei campus accademici. Studenti e cittadini condividono così risorse materiali e responsabilità ambientale, in una logica di rete che rafforza il territorio.
Perché la condivisione di oggetti può cambiare l’università
Guardando alle esperienze maturate a Bologna, San Vendemiano, Milano, in Lombardia e a Firenze, la biblioteca degli oggetti emerge chiaramente come un’infrastruttura culturale prima ancora che logistica. Non ci troviamo di fronte a un semplice magazzino di trapani, proiettori o piccoli elettrodomestici, bensì a un dispositivo sociale che ripensa radicalmente il rapporto tra studenti, beni materiali e ambiente.
Per gli atenei, adottare una biblioteca degli oggetti significa passare da un’idea di servizio centrata sul possesso a una fondata sull’uso condiviso.
Significa riconoscere che gli iscritti non hanno solo bisogno di aule e laboratori, ma di strumenti concreti per abitare la città, gestire traslochi, organizzare eventi e vivere meglio gli anni universitari. Progetti come la Biblioteca degli Oggetti Smart della Bocconi o la rete CUBI rappresentano i prototipi di un’università più aperta, in dialogo costante con il territorio.